Verso la scuola digitale del futuro

“Una scuola è un edificio che ha quattro mura con all’interno il domani”. (Lon Watters)


CUI PRODEST?

Negli ultimi 10 anni si è assistito a una trasformazione (o transizione) digitale della scuola che ormai è stata attuata al 99 %.
Vi sono state varie fasi, a partire dal registro elettronico fino all’incredibile acceleramento dato dalla DaD (didattica a distanza) dell’epoca “Covid-19”, che ha visto un’adesione del 100% delle scuole italiane. Un vero e proprio piano che si sta pienamente realizzando.
Ma è davvero così necessario? Cui prodest? A chi giova?
Negli ultimi anni si può tranquillamente affermare che questa transizione – se pur ha consentito di rimanere “connessi” durante le chiusure dovute all’”emergenza”, forse più un ‘esperimento’ (se legittimo o no non ne discutiamo in questa sede), ha portato molti danni di natura sociale e psichica, dove gli studenti, soprattutto in quelli in età adolescenziale, già fragile di suo, ne sono risultati in realtà vittime.

Inoltre i dati ufficiali dei test INVALSI e delle prove parallele somministrati agli studenti, dimostrano che il livello di apprendimento è basso in maniera allarmante. Le classi “alte” delle superiori dimostrano un livello di ignoranza mai visto in quella fascia di età.
I bambini e ragazzi, i quali già erano “imbambolati” e intontiti da tutti i continui stimoli offerti dagli schermi, tra pubblicità, app di messaggistica, social network, giochi e intrattenimenti vari, adesso sono stati piazzati davanti allo schermo quasi h24. Se prima era solo nel tempo libero e per scelta, adesso è diventato obbligatorio, la prassi.

Ne consegue che tantissimi giovani hanno avuto problemi fisici (a causa anche della sedentarietà, dello sforzo visivo, ecc) e soprattutto psicologici (l’allontanamento fisico dai compagni a favore di una didattica digitale e virtuale ad esempio ha fatto scatenare crisi di ansia e di panico, mancanza di autostima, mancanza di entusiasmo e di motivazione, atteggiamenti autolesionisti e aggressivi, forte apatia, finanche depressione).

Si parla oggi di enormi fondi (vedi PNRR – Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza) stanziati per la predisposizione di nuovi spazi digitali e innovativi di apprendimento, spazi ibridi in cui la didattica fisica è mescolata a quella pienamente digitale. Spazi per preparare alle professioni digitali del futuro, al mondo “digitale” che li aspetta.

Ci si riempe la bocca e tanti progetti con allettanti e innovativi termini, che sembrano voler dire tanto ma poi nella sostanza non vogliono dire niente, come:

processi di apprendimento attivi, flessibili, cooperativi, aperti alla relazione, alla sperimentazione, alla partecipazione, all’autonomia, tecnologia diffusa, soluzioni didattiche integrate…
Questi fondi porteranno a modificare quindi le aule e i laboratori di tante scuole, trasformandoli in luoghi che simulano quelli di un’azienda, un’impresa, forse perchè la cultura quella classica e “nozionistica” ormai è considerata poco utile, obsoleta, passata di moda, e l’importanza adesso è tutta concentrata sul saper fare, saper agire (grazie “Buona scuola”! la scuola delle “competenze”…), per far sì che, appena diplomati, i giovani siano subito in grado di entrare nel mondo del lavoro. Potrebbe sembrare anche giusto da un lato, ma è come se ci fosse una certa fretta a farli diventare presto schiavi di un sistema, inserirli in determinati meccanismi automatizzati e improntati possibilmente alla produzione (non mi soffermo sul mondo del lavoro di oggi).

Vorrei però far riflettere sul concetto di didattica classica e nozionistica: oggi è vista come un mostro da abbattere e da superare, un’inutile perdita di tempo, ma tutti noi adulti che ci siamo passati (parlo dei diplomati fino al 2008 massimo), siamo persone con un medio o alto senso critico, con diverse capacità e una cultura abbastanza vasta e variegata.

La scuola è nata per invenzione dei Sumeri, nel 3500 a.C. e si chiamava inizialmente “edubba”, un termine che può essere tradotto come “casa delle tavolette”, in quanto insegnanti e allievi scrivevano proprio su tavolette di argilla umide, poi essiccate al sole e cotte. Si sa però che la scuola deve stare al passo coi tempi, e i tempi oggi sono duri. I ragazzi nemmeno scrivono più a mano, ma solo su una tastiera o direttamente su uno schermo touch, perdendo così oltre alla manualità della scrittura, conseguentemente gran parte delle abilità di pensiero logico.

Si punta sulle competenze (di saper fare cosa poi? guadagnare soldi? o meglio farli guadagnare ai “soliti” pochi?) e quello che rimane è un sapere dal significato fondamentalmente vuoto (dal latino sàpere “aver sapore”, “odorare”, quindi in senso figurato “essere saggio”, “aver senno”). Come sapranno essere pronti per il mondo del lavoro se non saranno abbastanza saggi, abbastanza “assennati”?

Si spinge sul fargli acquisire la cosiddetta “cittadinanza attiva”, ma come si può diventare cittadini attivi (ma anonimi e sostituibili) di una società se non ci si cura in primis della persona come singolo individuo, non tanto da formare e istruire per il mondo del lavoro (per quello c’è tempo dopo), ma come esseri unici che devono crearsi intanto una propria identità, con la quale costruire il proprio carattere, capire chi sono e cosa vogliono essere nel mondo, e soprattutto poi far sviluppare il senso critico, l’empatia, quelle caratteristiche con cui affrontare veramente il mondo?

La scuola (specie quella secondaria di secondo grado) sta così diventando meramente un pre-lavoro, una palestra che prepara al lavoro, vedi anche la riforma sull’alternanza scuola-lavoro, adesso chiamata PCTO, reso obbligatorio. Come a dire: “non abbiamo bisogno di gente che pensi, ma di gente che produca”.

L’insegnante, oltre che trasmettere delle nozioni, normalmente dovrebbe essere in grado di trasmettere attraverso l’esempio e il racconto del proprio vissuto, le proprie esperienze, e attraverso una relazione umana ed emotiva, un sapere che va oltre tutto. E’ l’adulto che aldilà dei propri genitori, diventa l’educatore per eccellenza.

Eppure, quello che si sta andando ad attuare, porterà inesorabilmente a far credere che tutto ciò non serva più; l’insegnante è già adesso per lo più un “compilatore” di scartoffie (pardon, di file digitali). Non ci si stupirà se tra pochi anni si arriverà a pensare che il sapere e la cultura intesa in senso ampio, siano superflui, così come la figura dell’insegnante in carne ed ossa, e si opterà per un insegnante “virtuale”, robotico e più “versatile”. Anche la scuola insomma sta andando incontro al “meta-verso”, non serviranno più libri e quaderni, ma un visore attaccato alla faccia, dove non sarà necessario nemmeno avere un “genere” distinto (altro “problema” attuale molto discusso) ma si diventerà dei fantastici avatar senza sesso ne identità. Con questa smania di rendere tutto inter-attivo, diventerà la scuola dell’intrattenimento.

Se è stato facile “convincere” i giovanissimi della bontà di tutto questo programma, il dramma è però che la maggior parte dei genitori non sono nemmeno in grado di capirne la gravità delle conseguenze.

Forse qualcuno penserà che non servirà a niente esprimere tutto questo, perchè è un destino ineluttabile… Ma se tra chi legge questo articolo, che siano genitori, docenti, o semplici liberi cittadini, qualcuno crede che si debba e si possa fare qualcosa, questo può essere il posto giusto per confrontarsi, fare rete e capire in che modo si possa intervenire oppure come costruire le alternative. Potete iniziare lasciando qui un commento. Il cambiamento parte da piccole cose.

 

Barbara Galluccio.

 

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